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Di volta in volta considerato un "caso", e respinto in quanto
tale, o innalzato alle dimensioni del mito, il personaggio di Antonin
Artaud ha suscitato a lungo risposte emotive più che discorsi critici.
Colui che definì se stesso "un buco senza cornice" doveva
diventare una specie di schermo vuoto sul quale la società proiettava
i suoi fantasmi. Già all'atto della pubblicazione della Correspondance
avec Jacques Rivière (1924), il gruppo di Breton si annette il
giovane spiritualista e gli affida la direzione del "Bureau de Recherches
surréalistes", del quale egli guiderà l'attacco generalizzato
ai valori della società. È il primo fraintendimento, che
diventerà palese quando Artaud rifiuterà, in nome dell'urgenza
della "rivoluzione mentale", di condividere l'impegno politico
dei surrealisti. Mentre risale a quel primo periodo l'immagine di un Artaud
araldo dell'antipsichiatria, ispiratore e modello dei tossicomani, i grandi
testi teorici e l'esperienza del teatro Alfred-Jarry ne faranno un pioniere
dell'auspicata rivoluzione teatrale. Ma quanto può rimanere, se
non a livello puramente tecnico, se si laicizza una teatrologia di derivazione
esoterica, in cui si realizza l'incontro della tradizione eraclitea e
del pensiero orientale? Il terrorismo apocalittico delle Nouvelles Révélations
de l'Etre (1837) appare strettamente collegato con il fallimento dell'avventura
messicana e con il vanificarsi del sogno di una rivoluzione "indianista",
eppure i due episodi faranno sì che Artaud si trovi arruolato dai
politici di destra e di sinistra... |
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